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My Essay for the Maturity!

Ciao a tutti!
Nell’attesa di avere più tempo per postare i miei ultimi acquisti, mi fa piacere condividere con voi la tesina che presenterò alla mia commissione per l’esame di maturità, che dovrei avere il 2 luglio. Il soggetto è Elsa Schiaparelli; mi hanno ispirata gli eventi di quest’anno: Diego Della Valle riproporrà, proprio in luglio, la maison sulle passerelle, riaprendo il famoso atelier presso Place Vendôme, 21; e il MET gli dedica l’intera mostra “SCHIAPARELLI AND PRADA: IMPOSSIBLE CONVERSATIONS”, che la affianca a un’altra grande icona del mondo della moda, Miuccia Prada. Spero vi piaccia! (;

Hi!
Waiting to post about my new purchases, I want to share with you my thesis for the maturity. The subject is Elsa Schiaparelli, I took inspiration from the events of this year: in July Diego Della Valle will raise her maison in the famous Place Vendôme, 21; and also the MET has organized an exhibition called “SCHIAPARELLI AND PRADA: IMPOSSIBLE CONVERSATIONS”, dedicated to her and to Miuccia Prada. Enjoy it! (;

Francesca Schiavoni
Classe 5°A
Anno Scolastico 2011/2012

TESINA

SCHIAPARELLI AND PRADA: IMPOSSIBLE CONVERSATIONS

Il confronto tra il lavoro di Elsa Schiaparelli e quello di Miuccia Prada ci permette di studiare in che modo il passato illumina il presente e il presente ravviva il passato”

– Harold Koda
(chief curator del Costume Institute del MET)

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INDICE

  • Introduzione – Motivazione

  • LETTERATURA ITALIANA: La Moda e Leopardi

  • FILOSOFIA: L’estetica di Nietzsche

  • ESPAÑOL: La moda en España en el periodo de la Restauraciòn

  • Conclusione

 Introduzione-Motivazione:

Elsa Schiaparelli è stata una grande couturier degli anni ’30. Quest’anno il Metropolitan Museum of Art di New York dedica a lei e a Miuccia Prada un’intera mostra, dal 10 maggio al 19 agosto; e il proprietario del marchio Tod’s, Diego Della Valle, è pronto a rilanciare la casa di moda sulle passerelle. Ciò che mi ha spinta ad approfondire questo argomento è sicuramente la mia passione per la moda e il fatto che si tratti di un evento moderno e attuale ma legato a tendenze e a figure importanti del passato. Inoltre mi ha colpita il fatto che la “Schiap”, appartenente a una famiglia aristocratica discendente dai Medici e composta da importanti esponenti della cultura, prima di dedicarsi all’Haute Couture tentò di emergere nel mondo della poesia e della letteratura, ma fu fermata dalla famiglia che giudicava sconveniente la sua scelta per un’aristocratica. Non si tratta quindi solo di una donna, che insieme a Coco Chanel, è stata la più influente nella moda all’inizio del XX secolo ma di una donna colta, affascinante e decisa, che è riuscita a fare delle sue passioni un lavoro, conciliando e unendo letteratura e arte con la moda.

ELSA SCHIAPARELLI, LA VITA

Nata a Roma il 10 settembre 1890 presso il Palazzo Corsini, è stata un’importantissima stilista e sarta italiana. Insieme a Coco Chanel, considerata sua principale “rivale”, fu una delle figure più influenti della moda del XX secolo. Appatenente a una ricca famiglia di piemontesi discendenti dai Medici e figlia di Celestino Schiaparelli, che fu prima direttore della biblioteca dell’Accademia dei Lincei, nominato dal re Vittorio Emanuele II, e successivamente docente di Lingua e Letteratura presso l’Università di Roma; nipote di Giovanni Schiaparelli, famoso astronomo che ipotizzò per primo l’esistenza dei marziani su Marte e di Luigi Schiaparelli, paleologo che diede vita alla fondazione omonima; infine parente di Ernesto Schiaparelli, archeologo che si occupò per anni della gestione del Museo Egizio di Torino; la “Schiap” visse sempre a contatto con l’ambiente aristocratico e della cultura.

Il suo sogno era quello di diventare attrice, ma dovette rinunciarvi poiché appartenente a una famiglia aristocratica; tentò poi la carriera letteraria con la pubblicazione di poesie che furono apprezzate anche fuori dal confine italiano (il soprannome “Schiap”, che lei subito apprezzò, le fu attribuito dai suoi ammiratori francesi) ma che provocarono scandalo all’interno della sua famiglia, a tal punto da trasferirla in un convento della Svizzera Tedesca.

Nel 1913 si trasferì a Roma, dove conobbe il conte William de Wendt de Kerlor, con il quale si sposò e si trasferì a New York, dove nel 1920 nacque loro figlia Gogo. Il matrimonio fu però un fallimento e la figlia presto si ammalò di poliomielite; nello stesso periodo morì il padre.
Fu proprio in questo periodo che Elsa si avvicinò alla corrente del dadaismo, si stabilì a New York, dove conobbe, tra gli altri, l’artista Marcel Duchamp, che parteciperà alle sue creazioni. Nel 1922 fu anche ospite della moglie dell’artista dadaista Francis Picabia. Fu qui che la “Schiap” entrò in contatto con la moda dell’epoca; come lei stessa disse il colpo di fulmine avvenne dopo una visita all’atelier di Paul Poiret,il Grande Sarto degli anni ’10, che aveva liberato la donna dalle costrizioni del busto, ma le cui creazioni, a giudizio di Elsa, erano troppo care. Fu la risposta di lui a colpirla: “Non vi preoccupate dei soldi. E poi potrete come e quando vorrete”.

La prima creazione della couturier nacque da un’intuizione, dopo aver visto un abito fatto a maglia di una ragazza armena. Le due donne collaborarono: Elsa ideava e l’amica realizzava. L’atelier fu inizialmente il suo appartamento in rue de l’Université, successivamente la maison si trasferì in rue de la Paix. In questo periodo la sua espressività raggiunse l’apice: abiti sportivi di ispirazione africana e cubista, tessuti con ritagli di giornale, abiti con aragoste giganti di ispirazione surrealista, decorazioni animali e soli giganteschi.
Nel 1934 trasferì la maison al numero 21 di Place Vendome, da cui ogni anno partivano le nuove collezioni, caraterrizzate da una grande unità stilistica. Era lei stessa a disegnare, minuziosamente, i bozzetti delle sue creazioni, sia che fossero esclusive sia rivolte a un pubblico più vasto.
Nello stesso anno lanciò i tre famosi profumi Salut, Souci e Schiap.

Fu questo l’anno in cui la Schiaparelli fu designata come la principale antagonista di Coco Chanel nel mondo della moda francese, anche per gli stili opposti proposti ma con lo stesso fine di rendere la donna libera e indipendente, che fosse audace in modo da poter indossare con disinvoltura i loro abiti. Si giunse dall’abito Garçonne, piatto e senza forma, a una moda femminile, con la vita al punto naturale, abiti al polpaccio per il giorno e lunghi per la sera, rigorosamente accompagnati da tacchi alti. Insieme a Coco, fu la prima a intuire la comodità e quindi il successo dell’abito pronto alla vendita, realizzato in taglie standard, in modo da permettere la produzione in serie.
Con la sua moda, Elsa, ribaltò l’idea di moda, realizzando impermeabili da sera, abiti in vetro e inventando il colore rosa shocking, prima mai utilizzato. Decorò le sue creazioni con soli enormi ricamati in oro, con aforismi di Jean Cocteau (il regista del film “La Bella e la Bestia”). Ispirandosi a Salvador Dalì disegnò un tailleur dove le tasche erano piccole cassettine. Fu lei a promuovere l’utilizzo della cerniera lampo, a sostituzione dei bottoni.
La sua prima collezione fu “Fermati, Guarda e Ascolta”, seguita da “Le farfalle”, “Gli strumenti musicali” e “L’astrologia”. La sua collezione più famosa fu però “Circus”, utilizzando come soggetti giocolieri, clowns, coni gelato, elefanti e trapezisti per sottolineare e valorizzare il dinamismo e l’estro del mondo circense.
Tra le sue creazioni più conosciute si ricorda il “cappello-scarpa”, realizzato su disegno dell’amico Dalì, cappelli come spazi abitati, cappelli a forma di cervello umano, guanti con le unghie lunghe e i primi braccialetti in plexiglass. Jean Hugo disegnò per lei bottoni sculture, come quelli a forma di labbra, di caramelle d’orzo, di animali e a calamaio.
Elsa fu la prima ad intuire che le sfilate erano un’importante vetrina per le sue creazioni e uno spettacolo per i compratori, ma che la moda si faceva col pret-à-porter.

LA MOSTRA AL METROPOLITAN MUSEUM

Schiaparelli and Prada: Impossible Conversations” è la mostra inaugurata al Metropolitan Museum di New York il 10 maggio 2012, organizzata dal Costume Institute che analizza come Elsa Schiaparelli e Miuccia Prada abbiano usato la moda “per provocare e sovvertire le nozioni convenzionali legate al gusto, alla bellezza, al glamour e alla femminilità”, come precisa Andrew Bolton, curatore della rassegna insieme ad Harold Koda.

La rassegna ruota attorno a sette diverse sezioni: Waist Up, Waist Down (a cui si affianca una sotto-sezione chiamata Neck Up, Knees Down), Ugly Chic, Hard Chic, Naïf Chic, The Classical Body, The Exotic Body, the Surreal Body.

Il nome “Impossible Conversations” si ispira alle “Impossible Interviews” pubblicate su Vanity Fair negli anni ’30 e illustrate dal caricaturista messicano Miguel Covarrubias.

Durante la mostra vengono rappresentate anche le autobiografie rilasciate dalle due donne a Koda e a Bolton, attraverso un video del regista Baz Luhrmann.

L’installazione è firmata invece dal famosissimo production designer Nathan Crowley.

DIEGO DELLA VALLE RILANCIA LA MAISON SCHIAPARELLI

Il famoso imprenditore marchigiano che dal 2007 possiede i diritti del marchio, approfittando del successo della mostra presso il Metropolitan Museum, ha deciso di rilanciare la maison Schiaparelli proprio quest’anno, precisamente a luglio e a Parigi, presso la storica sede di Place Vendome, durante la settimana dell’haute couture francese. Queste scelte sottolineano l’importanza delle case di moda italiane e della sottomissione del fashion system al Made in Italy. Rimane però ancora un’incognita su chi sarà lo stilista a prendere le redini della maison: John Galliano, ex direttore creativo di Dior (licenziato dopo la pubblicazione del video in cui lancia pesanti insulti razziali) o Rodolfo Paglialunga (ex direttore creativo di Vionnet e con un passato in Prada?

LA MODA E LEOPARDI

La creatrice di moda Elsa Schiaparelli sosteneva che non sono i vestiti a doversi adattare al corpo, ma è quest’ultimo che si dovrebbe adattare ad essi. La vita è come un concorso di bellezza, possiamo soltanto sperare di nascere nel momento più adeguato alle nostre bellezze.

Completamente opposto è invece il pensiero di Giacomo Leopardi, che affermava che gli abiti dovrebbero adattarsi ai soggetti, cosa che in realtà non accade.

L’autore affronta il tema della Moda nelle “Operette Morali”, pubblicate a Napoli nel 1935; in particolare nel “Dialogo della Moda e della Morte”.

OPERETTE MORALI

Leopardi prende come modello gli scritti di Luciano da Samosata e i suoi dialoghi morali, nei quali vengono affrontate importanti tematiche, delle quali propone la propria visione servendosi dell’ironia. Lo scopo dell’autore romantico è infatti quello di scrivere un dialogo satirico, vuole rappresentare, attraverso il ridicolo, gli errori degli uomini e della società. Egli vuole aprire gli occhi al lettore, fornendo risposte dove ci sono. Si tratta di un pessimismo razionale: la natura è fonte di dolore poiché dona all’uomo la conoscenza, ma più l’uomo sa, più soffre. In quest’opera lo scrittore si allontana definitavamente dall’illusione, cerca di individuare la causa dell’infelicità, tema ricorrente, ma senza trovarla. Egli sottolinea anche la decadenza del mondo moderno e critica la società a lui contemporanea.

DIALOGO DELLA MORTE E DELLA MODA

Moda. Madama Morte, madama Morte.
Morte. Aspetta che sia l’ora, e verrò senza che tu mi chiami.
Moda. Madama Morte.
Morte. Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai.
Moda. Come se io non fossi immortale.
Morte. Immortale? Passato è già più che ‘lmillesim’anno che sono finiti i tempi degl’immortali.
Moda. Anche Madama petrarcheggia come fosse un lirico italiano del cinque o dell’ottocento?
Morte. Ho care le rime del Petrarca, perché vi trovo il mio Trionfo, e perché parlano di me quasi da per tutto. Ma in somma levamiti d’attorno.
Moda. Via, per l’amore che tu porti ai sette vizi capitali, fermati tanto o quanto, e guardami.
Morte. Ti guardo.
Moda. Non mi conosci?
Morte. Dovresti sapere che ho mala vista, e che non posso usare occhiali, perché gl’Inglesi non ne fanno che mi valgano, e quando ne facessero, io non avrei dove me gl’incavalcassi.
Moda. Io sono la Moda, tua sorella.
Morte. Mia sorella?
Moda. Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla Caducità?
Morte. Che m’ho a ricordare io che sono nemica capitale della memoria.
Moda. Ma io me ne ricordo bene; e so che l’una e l’altra tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose di quaggiù, benché tu vadi a questo effetto per una strada e io per un’altra.
Morte. In caso che tu non parli col tuo pensiero o con persona che tu abbi dentro alla strozza, alza più la voce e scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando tra’ denti con quella vocina da ragnatelo, io t’intenderò domani, perché l’udito, se non sai, non mi serve meglio che la vista.
Moda. Benché sia contrario alla costumatezza, e in Francia non si usi di parlare per essere uditi, pure perché siamo sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti, parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti, delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che io non sono però mancata e non manco di fare parecchi giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle bazzecole che io v’appicco per li fori; abbruciacchiare le carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi v’improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una figura, come ho fatto in America e in Asia; storpiare la gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l’amore che mi portano. Io non vo’ dire nulla dei mali di capo, delle infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa a mio modo ancorché sia con loro danno.
Morte. In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se tu vuoi, l’ho per più certo della morte, senza che tu me ne cavi la fede del parrocchiano.’ Ma stando così ferma, io svengo; e però, se ti dà l’animo di corrermi allato, fa di non vi crepare, perch’io fuggo assai, e correndo mi potrai dire il tuo bisogno; se no, a contemplazione della parentela, ti prometto, quando io muoia, di lasciarti tutta la mia roba, e rimanti col buon anno.
Moda. Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so chi delle due si vincesse la prova, perché se tu corri, io vo meglio che di galoppo; e a stare in un luogo, se tu ne svieni, io me ne struggo. Sicché ripigliamo a correre, e correndo, come tu dici, parleremo dei casi nostri.
Morte. Sia con buon’ora. Dunque poiché tu sei nata dal corpo di mia madre, saria conveniente che tu mi giovassi in qualche modo a fare le mie faccende.
Moda. Io l’ho fatto già per l’addietro più che non pensi. Primieramente io che annullo o stravolgo per lo continuo tutte le altre usanze, non ho mai lasciato smettere in nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che ella dura universalmente insino a oggi dal principio del mondo.
Morte. Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non hai potuto!
Moda. Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la potenza della moda.
Morte. Ben bene: di cotesto saremo a tempo a discorrere quando sarà venuta l’usanza che non si muoia. Ma in questo mezzo io vorrei che tu da buona sorella, m’aiutassi a ottenere il contrario più facilmente e più presto che non ho fatto finora.
Moda. Già ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti fanno molto profitto. Ma elle sono baie per comparazione a queste che io ti vo’ dire. A poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo, e più morta che viva; tanto che questo secolo si può dire con verità che sia proprio il secolo della morte. E quando che anticamente tu non avevi altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno attorno co’ loro piedi, sono roba, si può dire, di tua ragione libera, ancorché tu non le abbi mietute, anzi subito che elle nascono. Di più, dove per l’addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda, anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza. Finalmente perch’io vedeva che molti si erano vantati di volersi fare immortali, cioè non morire interi, perché una buona parte di sé non ti sarebbe capitata sotto le mani, io quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini, vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro fama più che si patissero dell’umidità della sepoltura; a ogni modo intendendo che questo negozio degl’immortali ti scottava, perché parea che ti scemasse l’onore e la riputazione, ho levata via quest’usanza di cercare l’immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si muoia, sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone con tutta la testa e le lische. Queste cose, che non sono poche né piccole, io mi trovo aver fatte finora per amor tuo, volendo accrescere il tuo stato nella terra, com’è seguito. E per quest’effetto sono disposta a far ogni giorno altrettanto e più; colla quale intenzione ti sono andata cercando; e mi pare a proposito che noi per l’avanti non ci partiamo dal fianco l’una dell’altra, perché stando sempre in compagnia, potremo consultare insieme secondo i casi, e prendere migliori partiti che altrimenti, come anche mandarli meglio ad esecuzione.
Morte. Tu dici il vero, e così voglio che facciamo.

La Moda è presentata come sorella della Morte, entrambe sono figlie della caducità ed entrambe immortali. La Moda è una delle conseguenze della rivoluzione dei costumi della società di massa: essa è provvisoria e, come la Morte, appartiene a tutto ciò che riguarda il disfacimento. Entrambe le due sorelle hanno la capacità di stravolgere la vita e l’esistenza del malcapitato, la Moda critica la Morte per aver usato questo potere a suo piacimento e non vuole essere posta sullo stesso livello della sorella poiché essa è nata e conosciuta per il fatto di essere una mania passeggera. Leopardi vuole ironizzare sugli uomini che si lasciano suggestionare dalla moda del momento. Questa è infatti un fenomeno di classe, parte dalle più agiate e quando raggiunge quelle meno abbienti vi è un segnale inequivocabile: bisogna passare alla moda successiva. La Moda, come ottima alleata della Morte, con la quale alla fine decide di collaborare per svolgere meglio i propri compiti, toglie piano piano originalità all’individuo fino a quando la scienza, con le sue macchine, porterà l’uomo a somigliare a un automa, rendendo lui stesso una macchina. Anche in questo testo emerge il messaggio dell’intera opera, l’infelicità della morte. La sofferenza è inevitabile e non vi è alcuna soluzione a essa; l’uomo non deve né ribellarsi né illudersi, può soltanto individuare un appiglio nell’indifferenza, rivolta nei confronti sia di se stesso sia di tutto ciò che gli sta attorno. 

L’ESTETICA DI NIETZSCHE

“ ‘Origine e utilità della moda’. Quando il ‘singolo’ è visibilmente soddisfatto della sua forma, induce gli altri a imitarlo e crea a poco a poco la forma dei ‘molti’, vale a dire la moda: con la moda questi vogliono appunto raggiungere, ed anche raggiungono, quella soddisfazione, così gradevole, sulla propria forma. Se si considera quanti motivi ogni uomo ha di essere inquieto e di nascondersi timorosamente e come i tre quarti della sua energia e della sua buona volontà possano essere paralizzati e resi sterili da quei motivi, bisogna allora essere molto grati alla moda, in quanto libera quei tre quarti e procura fiducia in sé e un reciproco, sereno incontrarsi fra quelli che si sono fra loro legati alla sua legge. Anche leggi stolte dànno libertà e pacatezza d’animo, solo che molti vi si siano assoggettati.

  • Umano, troppo Umano; FRIEDRICH W. NIETZSCHE (1844 – 1900)

Nietzsche afferma che la moda è irrazionale, la sua essenza è il cambiamento per il puro cambiamento, la modernità vede se stessa come un cambiamento che conduce verso l’autodeterminazione. Vi è quindi un carattere comune tra “moda” e “moderno”, identificato con la soppressione della tradizione. Il termine “moderno” è dunque sinonimo di “nuovo”, nuovi oggetti ne sostituiscono altri, che a loro volta sono stati nuovi ma sono ormai divenuti vecchi. La moda seguiva quindi una norma modernista: il nuovo stile aveva il compito di sostituire tutti i precedenti, rendendoli superflui; il suo criterio principale era dunque una logica sostitutiva. Questa si è poi evoluta fino al giorno d’oggi, in cui segue diversamente una logica supplettiva, secondo la quale tutte le tendenze sono riciclabili e la moda stessa si accontenta di aggiungersi ad esse.

L’estetica di Nietzsche parte dalla sua opera “La Volontà di Potenza”, è lui stesso a definire questo libro antipessimista, che insegna qualcosa di più forte del pessimismo, più “divino” della verità. Si intende che l’arte è “il vero compito della vita, la sua attività metafisica”, già nella prefazione, in cui viene invitato al dialogo Richard Wagner.

L’arte ha un’importanza quindi decisiva, vale più della verità; è anzi questa stessa a fare la verità, a darle forza e addirittura forza la verità.

L’artista è un creatore di effetti, che ha lo scopo di catturare; il suo compito è quello di divenire nuovamente bambini, di farci vedere le cose con lo stesso stupore. Vuole farci vedere qualcosa che lui ha visto prima, in privato e al margine del mondo, mosso dall’arte. L’artista deve portare fuori ciò che accada nel privato, deve rendere pubblico il privato, per mostrare qualcosa che vale la pena vedere. L’arte risulta quindi essere prometeica, non nel senso della rivolta al dio ma nel senso del dono del divino. L’artista ricrea l’improvviso, inteso come qualcosa che suscita entusiasmo, che emerge e si insinua in noi e che, dopo essersi accumulato, esplode improvvisamente.

L’estetica di Nietzsche ci invita a pensare all’arte come qualcosa di non puro, come risultato di donazione, restituzione, ricreazione, recitazione, sforzo: l’artista ci mette del suo, quel quantum che gli vale il nome sull’opera, che viene considerata e, soprattutto, è sua.

L’opera va osservata e analizzata lentamente, in modo che nulla possa sfuggire all’occhio dell’osservatore. Solo così si possono intuire le conflittualità velate e lo sforzo, nascosti sapientemente con l’illusione della perfezione.

L’artista fa tutto ciò per guadagnare potenza, per aumentare la propria grandezza, ma soprattutto la sua irresponsabilità. Egli può però dimenticare la fatica e il lavoro, perdendo così se stesso; un’opera senza autore è un’opera senza effetto. Chi interpreta l’opera nietzschianamente, secondo una rigorosa scienza dell’arte, ne coglie esclusivamente la caducità. L’opera è ormai altro dall’artista ma è anche l’artista stesso, che è fuso in essa.

E’ la traccia a mettere in crisi l’opera, a metterne in luce gli effetti e l’illusione. L’opera d’arte si svela ora come imperfetta e incompiuta, l’artista non la domina; la verità resta quindi esclusivamente dell’arte. Non bisogna avere vergogna dell’artista, ma trovarlo e liberarsene.

L’artista deve dire sì all’arte, è questo gesto che domina; l’arte anima l’artista e innesca in lui una reazione. L’arte per Nietzsche è trascendente ma allo stesso tempo è nell’artista, è la sua anima ultima.

Anche la verità, di fatto, è un’opera d’arte e, come questa, non è pura. Per chi vuole sapere occore quindi una scienza rigorosa: bisogna restituire il “proprio” della verità, le sue proprietà nascoste. Nietzsche è un restauratore, la sua arte è un contromovimento, un recupero del “proprio” dimenticato. Egli prepara un antidoto contro i “disturbi” della metafisica occidentale, affinchè questa recuperi la memoria e il sospetto, nell’analisi. La tradizione occidentale ha commesso errori, ha creduto ingenuamente nelle sue creazioni, nelle sue leggi, nella loro verità ed efficacia, scambiandole per la prova della sua assolutezza. Bisogna quindi ritornare alle cose stesse, nella loro sensibilità. E’ necessaria una nuova arte, fedele al sensibile, poiché unica cura contro il nichilismo, estrema conseguenza della vita contro natura; è la malattia terminale di una tradizione filosofica e dei suoi eterni idoli. La metafisica occidentale ha scambiato il proprio dell’umano per altro dall’umano; il suo detto più famoso “Dio è morto!” rappresenta la volontà di liberarsidi Dio, uomo all’ennesima potenza e sommo artista. Il filosofo, pensatore “rigoroso”non arriva mai in tempo, o troppo tardi o troppo presto.

Lo scritto di Nietzsche, “Su verità e menzogna fuori dal senso morale”, ci fa vedere chiaramente l’agire della metafora, l’arte. Essa è essenzialmente una finzione dell’intelletto, una funzione, un inganno, una presa di posizione. La verità è quindi una pura e semplice menzogna; essa in quanto metafora è artificio, che cela le sue origini e ciò su cui si poggia. L’uomo e, soprattutto il filosofo, abusano della metafora dimenticandosi totalmente delle sue ragioni.
Nietzsche ci mostra anche l’enigmatico rapporto della metafora con il sensibile. Essa è ciò di cui le cose sensibili sono capaci: sono queste che ne danno la possibilità. Ma questa è un’altra metafora; ogni parola cela una metafora, sta al posto di qualcosa. Il ragionamento andrebbe avanti all’infinito poiché questo stesso è dominato dalla metafora: parlando della metafora si utilizzano inevitabilmente altre metafore.

La metafora è dunque il principio della filosofia e sui principi non si discute: il principio può essere solo mostrato, non dimostrato. La metafora è la natura del senso della filosofia. Ai filosofi non resta che creare altre metafore e farne una sua risorsa.

LA MODA EN ESPAÑA EN EL SIGLO XIX

Leopoldo Alas Clarìn es uno de los autores mas importantes de la literatura española y con su obra “La Regenta” reflete la vida cotidiana de los burgueses, con la descripciòn de tipos partenecientes a las clases humildes y la definiciòn de la moda por parte de la alta burguesìa y la aristocracia. Estos rasgos constituyen una imprescindible fuente documental para el estudio de la moda y del fenòmeno del exorno desde mediados del siglo XIX.

LA REGENTA, LA OBRA

Es una novela realista, con toques naturalistas. Està dividida en dos partes de quince capìtulos cada una. En la primera estan describidos los personajes y el ambiente donde trascurre la trama del relato. En la segunda se desarrolla la acciòn, tiene una duraciòn de tres años y es caracterizada por la retrospeccion.

El autor quiere criticar los prejuicios y la hipocresìa de la sociedad y tambièn denunciar la represiòn del cristianesimo que frustra a sus protagonistas.

Él hace una descripciòn detallada de los paisajes y de los ambientes segùn la escuela naturalista y tambièn presenta un retrato psicològico de los personajes y de los lugares utilizando un estilo muy cuidadoso y riguroso.

Clarìn imita el mètodo cientìfico (observar y describir), el narrator es omnisciente para hacer una descripciòn màs objetiva, de echo la objetividad es primordial frente a la subjetividad. Tambièn la verosimilitud es muy importante para describir un tiempo y un espacio pròximos. El autor quiere tambièn hacer una expresar con su novela una problemàtica social. El estilo es sencillo y el lenguaje està adaptado a la condicion social del personaje que habla.

Hay dos protagonistas: Ana Ozores, una mujer que tiene que casarse de manera involuntaria con un hombre al que no quiere, esta es la causa del problema del adulterio; y la ciudad de Vetusta (que en realidad es Oviedo), para describir la acciòn del nucleo urbano, con descripciònes influenciadas dal positivismo.

Observamos en la obra de Clarín que hay un choque entre las aspiraciones de los personajes y las normas sociales. Por ejemplo el Magistral está enamorado de Ana, hecho totalmente impensable por la iglesia, ya que prohíbe a los obispos estar enamorados, casarse etc ( es por lo tanto un personaje esclavo de una norma social que es la religión católica). Otro ejemplo en la novela es que Ana está casada y por lo tanto debe ser fiel a su esposo, sin embargo, se convierte en una mujer adúltera tras estar con otro hombre.

EL MUNDO BURGUÉS Y LA MODA

La Regenta” està ambientada en indefinidos momentos de la Restauraciòn, en la dècada de los setenta. El personaje principal, como ya he dicho, es Ana Ozores, que vive en una sociedad hostil, inmoral e hipòcrita, ella està insatisfecha de su vida. En Ana hay hastio y espìritu romàntico que conviven y que son fundamentalmente la vìa mìstica y la heroica, la primera coincidente con la ilusiòn religiosa y la segunda con la tentaciòn sensual.

La estructura de la narraciòn se basa, entre otros elementos, en la descripciòn de los personajes: su aspecto fìsico, sus gestos y rasgos, y esta individualizaciòn alcanza a sus vestidos: ellos proyectan algunos rasgos personales de los personajes; Obdulia gusta de lo extravagante y atrevido; Visitaciòn es descuidada; Ana muestra un atavìo recatado pero de una sensualidad mal reprimida.
La novela se sitùa entre 1877-1880, cuando la sociedad española vive “una crisis aguda de extranjerismo. En Vetusta, la imitaciòn es el juego màs seductor; se imitan las modas de Madrid o de Parìs, pero con efectos cursis y provincianos. En Vetusta el paradigma de la elegancia es Obdulia Fadiño: “Obdulia ostentaba una capota de terciopelo carmesì, debajo de la cual salìan abundantes, como cascada de oro, rizos y màs rizos de un rubio sucio, metàlico, artificial… La falda del vestido no tenìa nada de particular mientras la dama no se movìa; era negra, de raso. Pero lo peor de todo era una coraza de seda escarlata que ponìa el grito en el cielo. Aquella coraza estaba apretada contra algùn armazòn (no podìa ser menos) que figuraba formas de una mujer exageradamente dotada por la naturaleza de los atributos de su sexo. ¡Què brazos! ¡què pecho! ¡y todo parecìa que iba a estallar!…”. La moda femenina finales de los setenta apostaba por una silueta extraordinariamente estrecha, angostura que llegarìa a lìmites insospechados, anècdotas como la que se cuenta de la emperatriz Isabel, que cosiò sus trajes de amazona o aquella de la Baronesa Marìa Wallersee que no se atreviò a tomar bocado temiendo que estallara su traje de novia, confirmarìan los lìmites de dicha exageraciòn. El polisòn, pieza que estarìa unida a la moda española de la Restauraciòn y que no desaparecerà del todo hasta bien entrada la dècada de los 90, constituye un elemento que realza las curvas femeninas, su sentido eròtico aparece con claridad en esta novela: “La falda de raso, que no tenìa nada de particular mientras no la movìan, era lo màs subversivo del traje en cuanto la viuda echaba a andar. Ajustàbase de tal modo al cuerpo, que lo que era falda parecìa apretado calzòn ciñendo esculturales formas, que asì mostradas, no convenìan a la santitad del lugar…”. La menciòn del calzado y de algunas prendas interiores como elemento subyugador de la mujer se aprecia en Clarìn que elabora un expresivo pàrrafo de fuerte contenido eròtico: “El taconeo irrespetuoso de las botas imperiales, color bronce, que enseñaba Obdulia debajo de la falda corta y ajustada; el estrèpito de la seda frotando las enaguas; el crujir del almidòn de aquellos bajos de nieve y espuma que tal se le antojaba a Don Saturno…”. Obdulia es el prototipo de fèmina desenvuelta, viuda procaz, mujer provinciana barnizada de modernidad.

En el capìtulo XIII de la Primera parte, Clarìn describe una reuniòn en casa de la marquesa de Vegallana, representante de la “high life” vetustense: ella tiene un vestido azul elèctrico y està adornada de flores. El autor quiere expresar la idea de falta de identidad de los vetustenses en sus vestidos, modas, cultura, dando lugar a un mundo aparente y vacìo, sin escructuras morales, culturales y sociales consolidadas; la expresiòn “elegantes de la legua” empleada por Clarìn, viene a significar todo ello.

En el capìtulo III se pormenoriza la alcoba de la Regenta, decorada, entre otros objetos insignificantes, con la presencia fascinante de una piel de tigre, elemento de fuerte implicaciòn eròtica. El autor trata de la estètica de la perversiòn y el gusto en recrear ambientes lujuriosos y sensuales, anticipàndose a la estètica Decadentista.

El escritor crea tensiòn y contraste entre los personajes femeninos a travès de la manera de vestir o de utilizar determinadas prendas. Para Ana el vestido serà una excusa para evidenciar su limpieza, su vida entregada a la espiritualidad y su alejamiento de todo aquello que pudiera ser contaminante.

La Regenta” se circunscribe al tiempo històrico de las novelas que evocan la vida cotidiana y en concreto la indumentaria de la Restauraciòn, pero marcado en el entorno hostil de una mujer acosada por una sociedad provinciana donde el vestido reviste caràcter de atributo y sìmbolo.

Conclusione:

Ciò che più mi è piaciuto nell’affrontare questo argomento è sicuramente la perseveranza di Elsa Schiaparelli, che ha continuato a lottare per entrare nel mondo del lavoro e lasciare il proprio segno nell’ambito dell’arte e della moda sfruttando anche la letteratura, campo che lei aveva dovuto abbandonare per colpa della famiglia. Ciò che più mi è dispiaciuto è stato vedere il suo estro e la sua creatività costretti a chiudere la maison a causa della crisi post-guerra, nel 1954. Mi ha però stupita positivamente che, proprio quest’anno, a 58 anni anni dalla chiusura della maison, in un periodo anche oggi caratterizzato da una crisi mondiale, si sia deciso di rilanciare proprio lei come “novità” per dare nuovo lustro alla moda e, chiaramente, per motivi economici.
Questo fa pensare a una sua “immortalità”, è come se lei fosse ancora oggi qui a lottare per le sue passioni.

THE END.

A kiss,
Frà

Questa voce è stata pubblicata il giugno 22, 2012 alle 4:55 pm. È archiviata in Elsa Schiaparelli, Fashion, Uncategorized con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Segui tutti i commenti qui con il feed RSS di questo articolo.

5 pensieri su “My Essay for the Maturity!

  1. swlabrmakeup in ha detto:

    Ma che bella tesina, i miei complimenti più sinceri! Credo di aver passato un’ora intera a leggerla.. interessantissima!😀 Questa operetta morale è bellissima.. a scuola (mi sono diplomata l’anno scorso) avevamo trattato altre operette, non questa.. dunque è stato un piacere leggerla! E grazie alla parte in spagnolo ho avuto modo di rispolverare questa lingua che ho studiato un po’ da sola negli ultimi mesi.. Ancora complimenti!😀

    • Grazie mille!😀 mi fa davvero piacere che tu l’abbia trovata interessante e soprattutto che l’abbia letta fino in fondo! (: Speriamo che la pensino così anche i miei prof! (; grazie ancora!

  2. swlabrmakeup in ha detto:

    Dimenticavo, in bocca al lupo!😀

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